Con un notevole ritardo, il Parlamento italiano ha approvato il 6 agosto 2021 due decreti legislativi per attuare rispettivamente la direttiva europea sulle rinnovabili Red II (2018/2001), che fissa un obiettivo vincolante per la quota complessiva di energia da fonti rinnovabili  e sul consumo finale lordo di energia, e quella sul mercato interno dell’energia elettrica (2019/904) che oltre a stabilire le regole per la generazione, la trasmissione, la fornitura e lo stoccaggio dell’energia elettrica, definisce gli aspetti legati alla tutela dei consumatori e impatta sul futuro delle comunità energetiche  e l’autoconsumo.

Le commissioni parlamentari competenti stanno presentando pareri al riguardo, mandando avanti così l’iter parlamentare per arrivare al recepimento definitivo delle direttive Ue.

Si tratta di un passaggio che dovrà avere una forte accelerazione anche in virtù della revisione della direttiva RED II che nell’ambito del progetto denominato Fit for 55 o Pacchetto Clima presentato dall’UE il 14 luglio 2021 (un maxipiano per adattare la legislazione su clima ed energia in modo da renderla “adatta al 55”, vale a dire all’obiettivo di riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030) ha alzato l’asticella della produzione di energia da fonti rinnovabili al 38-40% entro il 2030 rispetto al 32% fissato dalla precedente.

Ciò significa raddoppiare il contributo di eolico, solare e altre FER rispetto ai livelli attuali.

Lo schema legislativo punta a dare la garanzia ai clienti finali di avere il diritto di partecipare al mercato come “clienti attivi”, senza essere sottoposti a procedure e oneri di rete discriminatori o sproporzionati. Con riferimento alle comunità energetiche, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA),  ha pubblicato alcune osservazioni sullo schema per il decreto legislativo sul “mercato elettrico” esplicitando come consideri “critica la possibilità che tali comunità gestiscano reti elettriche di nuova realizzazione o acquisite dai concessionari”, una possibilità che risulterebbe “in contrasto con l’indicazione che prevede di “valorizzare la rete elettrica esistente” di cui all’articolo 5, comma 1, lettera h), della legge di delegazione europea 2019, in relazione alle comunità di energia rinnovabile.” A tale riguardo, l’Autorità ritiene sia meglio “evitare che siano definite nuove fattispecie che consentano di realizzare ex novo reti private, in particolare per la fornitura di utenze residenziali, prediligendo che siano utilizzate, piuttosto, in maniera maggiormente efficiente, le reti pubbliche già esistenti”.

L’Autorità ritiene dunque che “l’inclusione della distribuzione di energia elettrica nelle attività delle comunità energetiche dei cittadini comporti il rischio del proliferare di gestori di rete di piccole dimensioni, con perdita di efficienza rispetto alla situazione attuale, peraltro soggetta, tra pochi anni, all’avvio di una stagione di nuove gare per le concessioni (articolo 9, comma 2, del decreto legislativo n. 79/99)”.

L’ARERA ha inoltre sottolineato come “i benefici dell’autoconsumo sul sistema elettrico siano essenzialmente riconducibili alla riduzione delle perdite di rete e alla potenziale diminuzione dei costi di sviluppo e di esercizio delle reti elettriche, elementi indipendenti dai soggetti coinvolti, dal tipo di fonte e dal tipo di rete elettrica alla quale i soggetti sono connessi”.

L’analisi completa delle osservazioni dell’Authority sul testo all’esame in Parlamento è disponibile qui.

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In Italia le comunità energetiche rinnovabili (una realtà nella quale privati cittadini, associazioni ed imprese commerciali, possono installare o utilizzare se esistenti, impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili e autoconsumarla), possono essere la carta vincente nel cruciale processo di decarbonizzazione . Un loro pieno sviluppo su tutto il territorio nazionale può giovare all’ambiente, all’economia, all’occupazione e può favorire soprattutto il processo di decarbonizzazione nei settori termico e dei trasporti.

Quella del passaggio ad una produzione distribuita di energia rinnovabile in cui si condividono i vantaggi e i benefici dell’uso di un’energia pulita è una fase oggi possibile grazie ad una serie di innovazioni nella digitalizzazione e controllo di reti e impianti di produzione oltre che alla continua riduzione dei costi degli impianti, alla loro efficienza e affidabilità.

Le comunità energetiche dove tanti piccoli produttori di energia elettrica, i prosumer, scelgono di essere protagonisti dello sviluppo delle rinnovabili e le configurazioni di autoconsumo collettivo, introdotte con la Legge Milleproroghe approvata a marzo 2020, rappresentano una profonda innovazione per il sistema energetico italiano e metteranno in moto un vero e proprio cambio di paradigma nel modo di guardare alle reti. 

Da un punto di vista ambientale l’aspetto più importante è che si può andare verso configurazioni a emissioni zero, dove per tutti gli usi si può prescindere da fonti fossili. 

Come noto, con il PNIEC  – Piano Energia e Clima 2030, l‘Italia si è posta l’obiettivo di arrivare entro il 2030 a coprire il 30% dei consumi finali lordi di energia attraverso le fonti rinnovabili. Tra gli strumenti utili a raggiungere l’ambizioso target, in particolare, l’autoconsumo, attraverso le comunità energetiche.

Le comunità energetiche, secondo uno studio Elemens-Legambiente, potranno contribuire con circa 17 GW di nuova potenza da rinnovabili al 2030, pari a circa il 30% dell’obiettivo climatico al 2030 del PNIEC, ancora da aggiornare. La restante parte dovrà essere coperta attraverso lo sviluppo di impianti eolici, a bioenergie, geotermici, idroelettrici diffusi nei territori e ben realizzati.

Al momento le comunità energetiche in Italia si possono costituire solo a valle della stessa cabina di trasformazione MT/BT, per impianti singoli con potenza inferiore ai 100kW e nell’insieme non superiore a 200KW, attivati successivamente al 1°marzo 2020, data dell’entrata in vigore della Legge di conversione del Decreto Milleproroghe. In futuro però questo modello si estenderà, con maggiori possibilità per tutti di far parte di questa rivoluzione energetica. 

Secondo uno studio del Politecnico di Milano, entro il 2025 potrebbero nascere in Italia circa ventimila comunità energetiche per circa un milione di utenze domestiche e 300mila non domestiche. Al momento le comunità energetiche in Italia sono poche, ma in crescita, e sono state regolate a livello regionale dal Piemonte, dalla Puglia, dalle Marche e da poco anche dal Veneto.

Con il recepimento completo della Direttiva RED II, verranno eliminati i limiti alla dimensione degli impianti e ulteriormente chiariti e semplificati questi interventi che particolarmente al Sud possono trovare grandi opportunità, considerando il soleggiamento presente. Attraverso la costituzione di comunità energetiche rinnovabili diventerà così possibile raggiungere obiettivi davvero ambiziosi nella riqualificazione degli edifici. 

Il raggiungimento degli obiettivi climatici ed energetici, però, non passa solo dalle comunità energetiche. In Italia le rinnovabili continuano a crescere in maniera troppo lenta. Non si arriva al GW di potenza complessiva con i 765 MW di solare fotovoltaico installati nel 2020 (appena 15 MW in più rispetto al 2019) e i 185 di eolico (73 MW in più rispetto al 2019). 

Una lentezza dettata non solo dalla pandemia che ha segnato il 2020, ma soprattutto dalla mancanza di politiche serie e concrete in tema di iter autorizzativi, di regole trasparenti in grado di dare certezza ai territori e alle imprese, che devono essere approvate tra le riforme urgenti per fare decollare il PNRR .

Nel PNRR sono previsti 2,2 miliardi di euro per il sostegno alle comunità energetiche  e alle strutture collettive di autoproduzione, nelle Aree Urbane e nei piccoli Comuni.

Oggi, gli oltre 1,1 milioni di impianti da fonti rinnovabili sono in grado di soddisfare il 37,6% dei consumi elettrici totali del Paese e il 19% dei consumi energetici complessivi, attraverso un mix di tecnologie finalizzate alla produzione di energia elettrica e/o termica presente in moltissimi Comuni italiani: 7.832 Comuni in cui è presente almeno un impianto fotovoltaico, 7.549 Comuni con impianti solari termici, 1.874 Comuni in cui è presente almeno un impianto mini idroelettrico, concentrati soprattutto nel centro-nord e 1.056 Comuni in cui è presente almeno un impianto eolico (soprattutto al centro-sud). A questi si aggiungono i 7.662 Comuni delle bioenergie (con una forte incidenza dei piccoli impianti a biomassa solida finalizzati alla sola produzione di energia termica) e i 601 della geotermia (tra alta e bassa entalpia).

Sono 3.493 i Comuni già 100% elettrici, quelle realtà dove la produzione elettrica da rinnovabili supera i fabbisogni delle famiglie residenti, e 40 i Comuni 100% rinnovabili dove il mix delle fonti rinnovabili è in grado di coprire sia i fabbisogni elettrici che termici delle famiglie residenti. Accade ad esempio nei Comuni delle Valli del Primiero e Vanoi (TN) o grazie alla presenza di cooperative energetiche, come nei Comuni di Dobbiaco e Prato allo Stelvio in Provincia di Bolzano, per citare le più famose. Qui questi soggetti sono protagonisti della gestione dell’intero sistema, dalla produzione alla distribuzione in un sistema locale e distribuito in grado di portare risparmi in bolletta fino al 40% rispetto alle normali tariffe energetiche. Così sono state chiuse 13 GW di centrali a fonti fossili.

Ma i grandi impianti non decollano: nel 2020 installati solo 112 MW in più del 2019, per una potenza complessiva installata appena sopra a 1 GW. Di questo passo, gli obiettivi di decarbonizzazione risultano irraggiungibili al 2030 e al 2040. Considerando un obiettivo complessivo di 70 GW di potenza al 2030 tra solare fotovoltaico ed eolico e la media di installazione degli ultimi tre anni per le stesse fonti (circa 513 MW), il nostro Paese raggiungerà il proprio obiettivo di istallazioni tra 68 anni.

Per questo è cruciale il completo recepimento delle Direttive europee in tema di autoproduzione e scambio di energia. La sfida ora, dopo l’aver ampiamente dimostrato il potenziale delle comunità energetiche rinnovabili, è capire come arrivare nei prossimi anni a raggiungere, l’obiettivo stando all’attuale PNIEC ancora da aggiornare sulla base dei nuovi obiettivi europei, di almeno 80-100 TWh di produzione da rinnovabile al 2030, riducendo in parallelo i consumi attraverso l’efficientamento energetico, e arrivare entro il 2040 a fare a meno delle fonti fossili.

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