Come è noto il Decreto FER 1 o DM Fer (Fonti Energetiche Rinnovabili) è stato un passo fondamentale verso la decarbonizzazione, puntando a sostenere la produzione di energia elettrica dagli impianti alimentati da fonti rinnovabili come il  fotovoltaico o l’eolico in coerenza con gli obiettivi energetici al 2030. Atteso per fine 2021, il Decreto FER 2 dovrebbe rafforzare le misure adottate con il Decreto FER1 Rinnovabili andando a incentivare anche la produzione di energia da altre fonti rinnovabili, come il geotermico e il biogas. Uno step imprescindibile se il nostro Paese vuole procedere spedito nel percorso di transizione energetica ed ecologica nazionale (di cui abbiamo parlato in questo articolo) come stanno già facendo altri stati europei.

L’enorme potenzialità delle rinnovabili è stata accolta con lungimiranza da ben 4 paesi europei che hanno abbandonato il carbone: lo scorso weekend il Portogallo ha chiuso la sua ultima centrale a carbone a Pego, raggiungendo l’obiettivo ben nove anni prima del target del 2030. Belgio, Austria e Svezia sono gli altri Stati membri che hanno già eliminato questo combustibile inquinante dalla produzione di energia elettrica.

E in Italia? Nel nostro Paese esistono ancora 7 centrali a carbone in attività: in Liguria, in Veneto, in Friuli Venezia Giulia, nel Lazio, in Sardegna (due) e in Puglia. Il Phasing out del carbone dovrebbe avvenire entro il 2025 con la realizzazione di 70 Gw di impianti tra eolico e solare nei prossimi 9 anni, così come stabilito dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) che ha indicato il 2023 come limite entro cui dismettere tutte le centrali termoelettriche a carbone, o riconvertirle in centrali a gas naturale.

L’energia elettrica da fonti fossili inquina 40 volte quella delle rinnovabili

Il motivo è semplice: la produzione di energia elettrica da combustibili fossili è 40 volte più inquinante delle rinnovabili. Nemmeno nelle peggiori condizioni pensabili, l’inquinamento dell’ambiente e le emissioni di CO2 provocati dalle energie rinnovabili arrivano ad approssimarsi a quelli generati dalle fonti fossili. La società di consulenza Sphera Solutions e il Fraunhofer Institute for Building Physics (IBP) hanno calcolato l’impatto di sistemi di produzione energetica. Per ogni chilowattora di elettricità prodotta, una centrale elettrica a lignite, un carbon fossile che deriva da un processo di decomposizione umida del legno, emette 1.140 grammi di CO2 solo per il suo normale funzionamento, rilasciando circa 40 volte più gas serra dannosi per il clima e l’ambiente, ma anche di sostanze nocive per la salute, rispetto a un impianto solare: una centrale solare composta di moduli policristallini di origine europea, considerando anche la fabbricazione e l’installazione dell’impianto, raggiunge un equivalente di CO2 di 29 grammi per kilowattora di elettricità prodotta. Per questo si utilizza prevalentemente l’espressione CO2 neutrale. In un’ora sola, il sole irradia la Terra con una quantità di energia pari a quella che consuma attualmente l’intera popolazione mondiale in un anno.

Alla COP26 di Glasgow, la 26a Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, 194 Stati hanno stabilito di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C a metà secolo e di ridurre del -45% le emissioni di CO2 entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010.

Anche l’Italia ha firmato l’accordo per ridurre la produzione di energia elettrica con il carbone e ha anche annunciato, tramite le parole del Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani l’adesione al Beyond Oil and Gas Alliance (Boga), l’alleanza promossa da Danimarca e Costarica che prevede una serie di impegni nel percorso verso la decarbonizzazione, come “friend”: “il nostro obiettivo è di arrivare al 2030 producendo elettricità al 70 per cento da fonti rinnovabili. Il gas è il vettore della transizione ma servirà solo per dare la continuità finché non arriveremo all’obiettivo che ci siamo prefissati” ha dichiarato Cingolani.  Il settore elettrico italiano è pronto a investire 100 miliardi per installare i 70 GW di nuove rinnovabili (di cui almeno 43 GW da fotovoltaico e 12 GW dall’eolico) che servono al 2030 per rispettare il target del Green Deal, creando anche 90.000 nuovi posti di lavoro.

Nell’ambito della COP26, i Paesi sono stati chiamati ad presentare entro fine 2022 obiettivi climatici più ambiziosi per il periodo fino al 2030. Inoltre, nel testo adottato i Paesi hanno per la prima volta confermato di voler rinunciare all’energia prodotta con il carbone e abolire i sussidi inefficaci per le energie fossili quali il petrolio e il gas.

“Il Glasgow Climate Pact non è sufficiente a fronte della gravità e della velocità con cui avanza l’emergenza climatica”, ha commentato Agostino Re Rebaudengo, Presidente Elettricità Futura. “Ma sarebbe un errore non considerare anche i passi positivi, la strada verso le rinnovabili è sempre più evidente”.

Inoltre un incremento di impianti a energia solare come il fotovoltaico sul tetto o alimentati da fonti rinnovabili a livello industriale o residenziale ci potrebbe sicuramente proteggere dai forti incrementi dei prezzi dell’energia elettrica e del gas che aumentano le nostre bollette (qui il nostro articolo sul caro energia e la soluzione posta dalle rinnovabili).

Per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili è urgente permettere agli operatori di poter fare gli impianti nei tempi previsti dalla normativa e con un orizzonte certo e a lungo termine per i nuovi investimenti, possibilità oggi precluse dall’eccesso di burocrazia e dai vuoti normativi che hanno causato i crescenti fallimenti delle aste del DM FER. Dall’altra parte, una volta sciolto il nodo delle autorizzazioni, gli investimenti in nuova capacità rinnovabile potrebbero ripartire.

Di sicuro in Italia ridurre le emissioni di CO2 in linea con il target europeo del -55% al 2030 è una straordinaria opportunità per l’economia e l’occupazione che permetterà di attivare 1.100 miliardi di investimenti e creare 250.000 nuovi posti di lavoro netti in Italia.

Il Governo sembra voler andare in questa direzione almeno dalle dichiarazioni del Ministro Cingolani: “Alle ultime aste di impianti da fonti rinnovabili per 2 Gigawatt hanno partecipato investitori per 0,4 Gigawatt. Ma nelle prossime settimane daremo un calendario di aste e regole semplificate da qui ai prossimi anni proprio per far capire che ci sono tempi certi”.

L’attesa per il decreto

Entro la fine di novembre, con la pubblicazione con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dello schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva rinnovabili o RED II vi sarà la proroga delle aste Fer 1 e la notifica all’Unione Europea del DM Fer 2. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri, il 5 agosto scorso, allo schema di decreto che si occupa, tra l’altro, di potenziare i regimi di sostegno alle energie rinnovabili, il Governo punta quindi ad adottare, entro sei mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, nuovi decreti di incentivazione con registri e aste su base quinquennale per impianti di grossa e piccola taglia e incentivi diretti all’energia autoconsumata come comunità energetiche e di autoconsumo collettivo. Dal 2022 scatteranno dunque i primi cinque anni della nuova programmazione con la regolamentazione delle nuove aste e la definizione delle aree idonee, oltre alla semplificazione delle autorizzazioni per nuovi impianti e aree esistenti.

Tuttavia, visto che l’ultimo bando dell’attuale decreto ministeriale si è chiuso a ottobre, si prospetta un nuovo rallentamento dei cantieri. Per superare poi le numerose opposizioni provenienti dalle comunità locali, il decreto accentra a livello statale la competenza per regolamentare le aree idonee e non idonee con la ripartizione della potenza installata fra Regioni e Province autonome, stabilendo che in tali aree il parere paesaggistico, pur obbligatorio, non è vincolante e tutti i termini del procedimento sono ridotti di un terzo.

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