Ieri, nell’ambito della COP 26 a Glasgow, in Scozia, la 26esima Conferenza delle Parti, più di venti Stati si sono impegnati a porre fine agli investimenti esteri nei combustibili fossili entro il 2022: tra essi Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada, e cinque istituti finanziari, tra i quali la Banca europea per gli investimenti (Bei). L’accordo dovrebbe prevedere un investimento di 15-18 miliardi di dollari verso l’energia pulita. All’appello sono mancati però paesi del calibro della Cina, l’India, la Russia, la Francia e la Germania, grandi investitori all’estero nel settore energetico, è però significativa l’adesione del Canada, il maggiore erogatore di sostegno pubblico ai combustibili fossili all’estero oltre al fatto che il patto estende questo tipo di impegno per la prima volta dal carbone al gas e al petrolio.

In un altro accordo, senza però una data certa (si parla del decennio 2030-2040), più di 40 paesi hanno annunciato che abbandoneranno il carbone come fonte di energia nei prossimi anni: anche qui però, non c’è stata l’adesione di alcuni dei grandi paesi consumatori come Stati Uniti, Cina, India e Australia, che non hanno firmato il patto. Allo stesso tempo, l’impegno è stato sottoscritto da Vietnam, Indonesia, Filippine e Corea del Sud che ricorrono al carbone per il 40-60% della generazione di elettricità.

Si tratta di impegni che, sulla carta, fanno sperare in una presa di coscienza dell’importanza del passaggio alle rinnovabili e concretizzano l’adozione d’interventi radicali e sostanziali di riduzione delle emissioni prima che la situazione diventi ingestibile. In Europa, mentre molti Paesi sono già usciti dal carbone, la notizia più eclatante riguarda l’impegno della Polonia e dell’Ucraina che garantisce alcune vie d’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili.

E in Italia? Ad adombrare le speranze è intervenuto il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, presente alla COP26 che ha sottolineato come sia “oggettivamente impossibile uscire subito dal gas per la produzione energetica. Bisogna prima mettere a terra i progetti di fonti rinnovabili. E poi una certa percentuale di gas serve a stabilizzare la rete dalle variazioni di produzione di eolico e fotovoltaico”. Né vanno fermate “la ricerca e lo sviluppo per il nucleare”.
L’energia prodotta dai combustibili fossili, ha ribadito Cingolani, è ancora troppo “importante” poichè le fonti  rinnovabili , al momento, da sole non basterebbero a coprire il fabbisogno energetico nazionale: “Per dismettere il metano dobbiamo avere continuità, puntando su un energy mix che contempli maggiore eolico e solare. Essendo però fonti intermittenti dobbiamo stabilizzare almeno il 25% del nostro fabbisogno. Significano centinaia di terawattora, servono grossi investimenti sugli accumulatori”.

Davanti a queste parole stupisce constatare come non vi sia consapevolezza che il primo grande allarme energetico si stia svolgendo davanti ai nostri occhi.  Da maggio il prezzo di petrolio, carbone e gas è aumentato del 95%. La Gran Bretagna, l’ospite del vertice, ha riacceso le sue centrali elettriche a carbone, i prezzi della benzina americana hanno raggiunto i 3 dollari al gallone, i blackout hanno travolto Cina e India e Vladimir Putin in video ha ricordato all’Europa che la fornitura di carburante dipende dalla buona volontà russa.

Al netto dell’inflazione, i prezzi di petrolio, carbone e gas sono simili a quelli di 140 anni fa. Al contrario, per diversi decenni i costi del solare fotovoltaico, dell’eolico e delle batterie sono scesi in modo quasi esponenziale, con una riduzione dei costi di circa del 10% all’anno. Molte aziende, nel nostro Paese, lo hanno capito e stanno investendo sulle rinnovabili. Guadagnandoci e facendo bene all’ambiente.

Nel nostro Paese, tuttavia, gli investimenti energetici stanno funzionando alla metà del livello necessario per soddisfare l’ambizione di raggiungere lo zero netto entro il 2050. Secondo Anie Rinnovabili un deciso cambio di passo è necessario sin da subito, per triplicare la potenza fotovoltaica installata nel nostro Paese e raddoppiare quella eolica, come prevede – al 2030 – il Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC). È necessario rimodulare la vincolistica ambientale e paesaggistica per introdurre la priorità della decarbonizzazione quale elemento trainante del processo autorizzativo degli impianti a fonte rinnovabile, nonché semplificare i procedimenti autorizzativi e potenziare le strutture preposte, sia centrali che periferiche, digitalizzando i processi e integrando il personale tecnico per garantire tempi certi e valutazioni realmente indirizzate a sostenere la decarbonizzazione.

Sarà inoltre fondamentale dare continuità normativa agli strumenti di supporto allo sviluppo delle rinnovabili, quali il DM FER 2019 che operativamente scadrà con l’ultimo bando del 30 settembre 2021, laddove invece negli ultimi anni si è assistito a continui “stop-and-go” normativi che hanno scoraggiato gli investitori e hanno minato lo sviluppo stesso della filiera.

Puntare sull’energia rinnovabile è indispensabile per la ripartenza del Paese e contribuirà, oltre alla decarbonizzazione, alla crescita economica ed occupazionale: nella prossima decade ci si attende per il comparto del fotovoltaico e dell’eolico (che occupa ad oggi 20.000 addetti) un picco di incremento sino a circa il 175%, considerate le potenze da realizzare per il raggiungimento dei target, accompagnato da un considerevole incremento degli investimenti stimato tra 45 e 65 mld€ (suddivisi tra impianti in market parity tra 15 e 25 mld€ ed impianti che beneficiano di meccanismi di supporto tra 30 e 40 mld€).

In Italia ci sono 32 GW di impianti fotovoltaici ed eolici in esercizio. Questi impianti tra il 2025 ed il 2030 avranno una vita di circa 20 anni. Il PNIEC fonda i suoi obiettivi al 2030 incrementando quasi esclusivamente la generazione fotovoltaica ed eolica, che si dovrà attestare per complessivi 70 GW. Il raggiungimento dell’obiettivo al 2030 non può prescindere pertanto dallo sviluppo delle energie rinnovabili che, insieme al risparmio energetico, è l’unica risposta efficace all’esigenza di ridurre sensibilmente l’uso del petrolio e degli altri combustibili fossili.

Tornando alla COP26, essa rappresenta un’importante sfida per il futuro del mondo perché le scelte adottate in questo decennio (2021-2030) saranno cruciali per il clima. La vita moderna ha bisogno di energia in abbondanza: senza di essa le bollette diventano insostenibili e le imprese si bloccano. E mentre il mondo sembra volersi spostare verso un sistema energetico più pulito, vi sono ancora investimenti inadeguati nelle rinnovabili. Senza riforme rapide ci saranno più crisi energetiche e, forse, una rivolta popolare contro politiche climatiche inefficaci. C’è bisogno di più di un sistema energetico senza emissioni. E di innovazione e investimenti per farli crescere.

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