Caro bollette: le nuove misure del Governo, Cingolani e le contraddizioni sulle rinnovabili

24, Gen 2022 | Efficienza energetica

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Il caro energia è al centro del dibattito parlamentare e nel Consiglio dei Ministri del 21 gennaio è arrivata la conferma dei 5,5 miliardi contro il caro bollette  da utilizzare nel primo trimestre 2022 per mitigare il lievitare dei prezzi della bolletta elettrica che il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani aveva annunciato in questi giorni, insieme alla prospettiva di un aumento della produzione nazionale di gas.

Nel dettaglio i fondi annunciati dall’esecutivo, che era già intervenuto sul primo trimestre 2022 stanziando 3,8 miliardi per ridurre il rincaro del costo dell’energia, in particolar modo per le famiglie, prevedono un ulteriore 1,7 miliardi, per un totale nel periodo gennaio/marzo 2022 di 5,5 miliardi. L’intervento governativo, che è maggiormente mirato a sostenere il mondo delle imprese, prevede di ottenere i fondi in parte dall’annullamento, per il primo trimestre 2022, delle aliquote relative agli oneri generali di sistema applicate alle utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 Kw; c’è poi la norma sul “Contributo d’imposta per energivori” per garantire alle imprese energivore una parziale compensazione degli extra costi per l’eccezionale innalzamento dei costi dell’energia. Come funziona? Alle imprese che hanno subito un incremento del costo per KWh superiore al 30 per cento al medesimo periodo dell’anno 2019, derivante dalla particolare contingenza dovuta dall’innalzamento dei costi dell’energia in questione, è riconosciuto un contributo straordinario, sotto forma di credito di imposta, a parziale compensazione dei maggiori oneri sostenuti. Il beneficio è quantificato in misura pari al 20 per cento delle spese sostenute per la componente energetica acquistata ed effettivamente utilizzata nel primo trimestre 2022.

Altri fondi sono quelli sugli extra profitti delle rinnovabili:a partire dal 1° febbraio 2022 e fino al 31 dicembre 2022, sull’energia elettrica prodotta da impianti fotovoltaici di potenza superiore a 20 kW che beneficiano di tariffe fisse derivanti dal meccanismo del Conto Energia, non dipendenti dai prezzi di mercato, nonché sull’energia elettrica prodotta da impianti alimentati da fonte idroelettrica, geotermoelettrica ed eolica che non accedono a meccanismi di incentivazione tariffaria per differenza, è applicato un meccanismo di compensazione a due vie sul prezzo dell’energia affidato al GSE, il Gestore dei Servizi Energetici. 

Il rincaro delle bollette di energia elettrica e gas naturale stanno minacciando la competitività del tessuto industriale e il benessere delle famiglie nel nostro Paese, tuttavia Italia Solare si chiede se siano stati fatti dei calcoli in merito a quante risorse economiche siano necessarie.«Solo una volta che sono stati fatti calcoli precisi si può capire la strategia da adottare e come intervenire. Se servono 20 o 30 miliardi non si può perdere tempo a parlare di extraprofitti, ma è necessario prevedere un fondo straordinario di supporto a famiglie e imprese per sopravvivere nel 2022 e in parallelo adottare un piano efficace per svincolarsi dal gas», commenta Paolo Rocco Viscontini Presidente di Italia Solare.

«A nostro giudizio – sostiene l’associazione – in nessun modo si dovrebbe ricorrere a interventi tali da alterare il funzionamento del mercato e soprattutto i rapporti tra i soggetti dell’intera filiera. In particolare, nel caso dell’energia elettrica, non riteniamo possibile l’introduzione o il rafforzamento di forme di ritiro amministrato dell’energia a opera di soggetti istituzionali, che dovrebbero semmai essere incaricati di fornire opportune garanzie agli operatori di settore a sostegno dell’efficiente funzionamento del mercato».

Italia Solare ribadisce la propria posizione, già espressa nella lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Mario Draghi a fine anno: gli operatori del fotovoltaico sono disponibili a fare la loro parte, ma solo ed esclusivamente mettendo un limite massimo ai prezzi di vendita dell’energia sul mercato e non toccando in alcun modo le tariffe incentivanti dei conti energia, se e solo se i soldi trattenuti verranno restituiti in modalità da concordare e se tutti partecipano allo sforzo, a cominciare da chi produce e vende i combustibili fossili, per arrivare ai concessionari che devono abbassare i loro guadagni.

Il Ministro Cingolani ha indicato anche l’introduzione di un cap alla vendita del 50% dell’energia idroelettrica, con un cap da negoziare partendo da un’ipotesi di 50 €/MWh, con un risparmio atteso di 1-2 miliardi di euro.

Nelle previsioni di Cingolani per i prossimi mesi ci sarebbero poi l’utilizzo dei proventi delle aste C02 e la rimodulazione degli incentivi sul solare, che oggi pesano 6 miliardi di euro, attraverso l’allungamento del periodo incentivato ed una revisione dei meccanismi di pricing che dovrebbe essere legato a contratti di lungo termine a prezzi fissi. Italia Solare è dell’opinione che sia necessario lavorare a misure di lungo termine, volte a esempio alla promozione dei PPA (Power Purchase Agreement) di energia rinnovabile che sono la soluzione per aiutare da subito i consumatori industriali e residenziali.

Sia dal lato dell’offerta sia della domanda sono giunti segnali inequivocabili di un’ampia disponibilità all’attivazione di contratti di questo tipo, se viene garantito un contesto normativo che riduce gli ostacoli alla loro stipula. In tal senso vale la pena ribadire che andrebbe favorita (o resa obbligatoria) la vendita di energia da parte dei produttori agli operatori del mercato libero, in modo da aumentare al massimo la liquidità dell’offerta.

«È il momento di guardare alle soluzioni concrete ed efficaci già presenti nel nostro Paese, senza andare a cercare tecnologie, come il nucleare, o soluzioni francamente inaccettabili per le tempistiche e i risvolti ambientali ed economici che hanno», conclude il Presidente di ITALIA SOLARE.

Sul ventilato aumento della produzione nazionale di gas si concentrano le principali criticità. «Le dichiarazioni del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani sulle soluzioni proposte per il caro energia sono in contrasto con il principio, giusto, di voler accelerare lo sviluppo delle rinnovabili – afferma il Presidente del Coordinamento Free, Livio de Santoli – La revisione dei contratti di incentivazione delle rinnovabili perché, afferma il ministro, “sono soldi che alle fonti pulite non servono più”, potrebbe peggiorare una situazione già critica per gli operatori, che vede attualmente assegnata solo una piccola parte della disponibilità dei bandi per i noti motivi legati al permitting, e quindi provocare l’effetto contrario rispetto a quanto dichiarato».

«Sconcerta il fatto che il settore fossile, vero responsabile della crisi di questi giorni, sia addirittura incentivato dalle azioni di Governo che si stanno mettendo a punto in queste ore. – prosegue Livio de SantoliDire che “un risparmio da quantificare arriverebbe dal raddoppio della produzione nazionale di gas (se fosse veramente conveniente, non si capisce perché non sia stato fatto prima): da 4,5 miliardi di metri cubi all’anno a 8 miliardi” significa puntare sulle fossili senza tenere conto delle dinamiche del mercato visto che questo aumento di quantità sarebbe assolutamente insignificante per calmierare i prezzi del gas, con il settore fossile che avrebbe extra profitti dalla sua vendita, che si aggiungerebbero a quelli esistenti, anche perché il settore paga allo Stato royalties d’estrazione tra le più basse al mondo. Stupisce il fatto che non sia citato il biometano che ha proprio la stessa potenzialità dell’estrazione del gas naturale, ma con il vantaggio di essere rinnovabile e strutturale, visto che non si esaurisce come le poche riserve fossili che abbiamo, ed oltretutto abbiamo una bozza di DM che se fosse approvata impedirebbe la produzione di biometano dalla Forsu (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano). Ed è anche assente l’attenzione verso la principale arma contro il caro bollette: quello di una proposta seria di riduzione dei consumi di gas tramite azioni significative di efficienza energetica. Segnaliamo, infatti, la mancata attuazione dei provvedimenti di supporto previsti dal D.M. 21 maggio 2021 sul meccanismo dei certificati bianchi, che aiuterebbero le imprese, messe a dura prova dalla crisi, a investire in efficienza energetica e a ridurre la loro esposizione sia al caro bollette, sia all’emission trading. Tutto ciò scoraggia gli investimenti sulle rinnovabili ed efficienza energetica, mentre nulla viene detto su un aspetto che risulterebbe decisivo per il contrasto al caro bollette: quello dell’eliminazione dei SAD (Sussidi Ambientalmente Dannosi) che valgono circa 20 miliardi di euro. Ribadiamo la disponibilità degli stakeholder per la creazione di un tavolo condiviso per varare misure contro il caro bollette che permettano il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030».

Ma l’Italia saprà raggiungere gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili al 2030?  Negli ultimi anni il passaggio dell’Italia alle rinnovabili è in stallo. Tra il 2015 e il 2020 sono stati messi online solo 2 GW di capacità eolica e 3 GW di solare su capacità installata totale di 116 GW. Le rinnovabili rappresentano solo il 17 per cento del mix energetico totale dell’Italia, lasciandola dipendente dal costoso gas naturale, il 95 per cento del quale viene importato.

Le parole di Agostino Re Rebaudengo, Presidente di Elettricità Futura, sul caro bollette suonano quanto mai attuali. In un‘intervista su Il Sole 24 Ore in cui elenca le possibili soluzioni per affrontare il problema dei rincari della bolletta dell’energia, Re Rebaudengo ribadisce come sbloccare subito le fonti rinnovabili sia la via d’uscita dell’impasse sulla dipendenza dalle fonti fossili di energia. «Per abbassare stabilmente il costo dell’energia dobbiamo accelerare con le rinnovabili, come diciamo da anni e come ha affermato anche la Presidente della Bce Lagarde. Il costo della bolletta elettrica nazionale è salito perché è aumentato di quattro volte il prezzo del gas rispetto alla media degli ultimi anni (oggi è circa 85 €/MWh a fronte di 20 €/MWh in media negli scorsi anni) con cui viene prodotta la maggior parte dell’elettricità. La soluzione a medio lungo termine è permettere a cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione di fare contratti di lungo periodo per l’acquisto di energia rinnovabile che offrono al consumatore una fornitura duratura e continua di energia sostenibile a un prezzo certo perché sganciato dalla volatilità dei prezzi sul mercato. Le imprese più lungimiranti grazie ai contratti a lungo termine si sono poste al riparo da questi rischi di prezzo».

La transizione energetica va quindi accelerata. Una transizione che oggi è davvero possibile: la capacità mondiale di energia rinnovabile è aumentata al 36,6% del totale. Inoltre, un kWh prodotto da energia rinnovabile ha un costo legato principalmente all’ammortamento dell’investimento iniziale per la realizzazione dell’impianto, più la sua manutenzione; valori facilmente prevedibili e che non subiscono variazioni nel tempo a differenza della volatilità del prezzo dell’energia di derivazione fossile. Il caro energia”, infatti, è un segnale della ripresa economica ma è causato dalla dipendenza del nostro Paese dalle importazioni di materie prime e dalla volatilità dei loro prezzi.

Fattori fondamentali per la transizione energetica sono la disponibilità di capacità flessibile, storage e infrastrutture, ma anche la rimozione dei vincoli alle autorizzazioni, su cui il Governo Draghi con il ministro Roberto Cingolani è già intervenuto con il decreto Semplificazioni. Cingolani ha fissato l’obiettivo di produrre almeno il 70% dell’elettricità italiana da fonti rinnovabili entro il 2030, un grande passo avanti rispetto all’impegno del 55% che Roma ha formalmente preso con l’UE. Il livello attuale è del 34 per cento. Ma, secondo alcune associazioni, tra cui il Coordinamento FREE, Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica) che raccoglie più di venti Associazioni che rappresentano il settore, l’Italia non sta facendo la propria parte rispetto agli impegni sul clima e l’energia che si è assunta.

«Nella soluzione al caro energia che prospetta il ministro Cingolani nella sua intervista al Messaggero dei giorni scorsi c’è solo il gas naturale fossile e le rinnovabili non sono citate. Quella di Cingolani è una “non soluzione”. – afferma Livio de Santoli, presidente del Coordinamento FREE – E scopre definitivamente le carte circa il ruolo che l’Italia intende giocare all’interno del programma Boga (Beyond Oil and Gas Alliance) della COP 26 di Glasgow per uscire urgentemente da petrolio e gas, un ruolo di retroguardia nella lotta al cambiamento climatico senza vincoli stringenti rispetto a trivellazioni ed estrazioni».

«Una non-soluzione che rischia di allontanare l’urgenza di trovare soluzioni alternative al gas, grande attore del caro-bolletta, che rischia di bloccare lo sviluppo del biometano, nonostante il suo potenziale riconosciuto di 9 miliardi di metri cubi al 2030, e che inciderebbe oltretutto molto poco sulla formulazione del prezzo dell’energia considerata la piccola quota di gas nazionale aggiuntiva rispetto ai consumi attuali, pari al 5,5%. – prosegue De Santoli – Inoltre, fatto non trascurabile, il ministro continua nella sua narrazione di un accanimento terapeutico rispetto alla generazione di energia centralizzata, alla quale il modello del gas appartiene. Il fatto consolidato che le rinnovabili, fonti distribuite, siano a costo marginale zero e che un loro massiccio e organico sviluppo faccia da ammortizzatore agli aumenti dell’energia, deve relegare a un ruolo molto marginale il gas nel processo di transizione, senza sottrarre investimenti che non siano in linea con la decarbonizzazione. E oltre alle rinnovabili, ovviamente, occorre integrare misure per l’efficienza energetica al fine di ridurre la domanda di energia, e con essa le emissioni».

Nel 2021 l’economia italiana si è ripresa, e con essa hanno riacquistato slancio anche le emissioni climalteranti. Nel 2021, le emissioni sul territorio nazionale sono aumentate del 4,8% rispetto al 2020 a fronte di un incremento del Pil pari al 6,1%, ha comunicato l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che, nel complesso, prevede un proseguo dell’incremento delle emissioni di gas serra.

«La transizione energetica è anche un cambiamento di modello di generazione.conclude De Santoli – e per questo non possiamo permetterci soluzioni non coerenti con il vero obiettivo del nostro Paese, quello del 40% FER al 2030:chiediamo da tempo, e continueremo a farlo, di confrontarci con il MiTE sulla nuova versione del PNIEC, che è chiuso in qualche cassetto del Ministero ed è a oggi priva delle necessarie interazioni con gli stakeholder».

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